Recensione: Il terzo sigillo della setta delle cinque spade

Insolito per uno scrittore e critico letterario di chiara fama qual è il Barurdi spingersi a esplorare un genere come il fantasy dispotico.
Ognuno di noi quando pensa al Barurdi è più probabile che pensi alle sillogi poetiche o al suo compendio ragionato (il più completo e autorevole ndr) delle opere profetiche di Catalina Rivas, ma tant’è, il Barurdi può e la sua vis narrativa ancora una volta non lascia scampo e costringe il lettore appassionato a rimanere inchiodato sul suo cavo trono fino a che non abbia raggiunto pagina 784. L’ultima.
Diciamo subito che “Il terzo sigillo della setta delle cinque spade” non è una storia per novizi e nemmeno lo è per lettori occasionali o, peggio, distratti. Non può esserlo, il mondo che il Barurdi pennella, come una tela dell’Holbein rivisitata in chiave dadaista, è carico di quel simbolismo arcano e arcaico dei primi lavori dello Slatzerstrov (“I ghiacciai di rugiada di Sgomenor” ) e Barurdi non ne fa mistero: è da lì che si deve partire.
Lo sgomento ci coglie sin dalle prime pagine: perché Carghilaar è prono sulle assi maleodoranti di marciume e birra di quella bettola, il covo dei peggiori tagliagole e bari di Hipsifys? Dov’è il talismano delle anime che la sua Frehala gli aveva detto di custodire a costo della vita? Perché stringe nel pugno quei lerci dadi?
Carghilaar sa che sulle sue spalle pesa il macigno della speranza, di una nuova alba per quel martoriato mondo, ormai dimenticato dagli dei, e sa anche che si rimetterà in piedi ancora una volta, per lottare fino alla fine.





Lightning Image by Erik Teske (CC BY-NC 3.0)
(@ Erik Teske: this is not a real commercial book! it is not even a book, it is a joke)

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